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Superiorità aerea senza vittoria. Il paradosso della guerra in Iran
Dai bombardamenti alla resilienza di Teheran, il conflitto dimostra che dominare i cieli non basta a vincere sul piano strategico
C’è un ufficiale italiano, spesso trascurato nel dibattito contemporaneo, che più di un secolo fa aveva già immaginato il futuro della guerra. Giulio Douhet, generale e teorico militare, sosteneva che il dominio dell’aria avrebbe reso i conflitti rapidi, decisivi e relativamente “puliti”: colpendo direttamente il cuore industriale e civile del nemico, si sarebbe potuta spezzarne la volontà senza bisogno di lunghe e costose campagne terrestri.
A distanza di cento anni, la guerra in Iran sembra riportare in auge quella visione. Scrive Aram Roston su The Guardian: “Per esplorare le radici della strategia militare di Donald Trump contro l’Iran e la retorica bellicosa del suo segretario alla Difesa, Pete Hegseth, bisogna tornare indietro di 105 anni. Nel 1921, un anno prima che Benito Mussolini e le sue camicie nere marciassero su Roma per dare inizio all’era fascista, un generale italiano di nome Giulio Douhet pubblicò Il dominio dell’aria, proponendo una rivoluzione nella guerra.” Nello stesso tempo, tuttavia, ancora una volta oggi si evidenziano i limiti strutturali di quella suggestiva visione.
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