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Il rame che vedi sul terminale potrebbe non esistere tra due anni. Ecco perché
Il paradosso del rame: prezzi record mentre i forni si spengono uno dopo l’altro
Nel deserto di Atacama una pala meccanica carica roccia che contiene un chilo di rame ogni cento. Quella roccia non parte così: prima va arricchita. Viene frantumata sul posto e fatta galleggiare in vasche di reagenti, finché il rame si stacca dalla pietra e si raccoglie in una polvere scura, intorno al ventotto per cento. È questa polvere - il concentrato - che si imbarca. Spedire la roccia all’uno per cento non lo fa nessuno: si pagherebbe il trasporto della pietra, non del metallo.
Una nave carica di concentrato lascia il porto cileno di Antofagasta e punta a una fonderia cinese. La fonderia comprerà il carico al prezzo del rame contenuto, meno una cifra che trattiene per sé: il compenso per portare quella polvere fino al metallo puro, al novantanove e nove. Per anni quella cifra è stata il margine delle fonderie: comprano la polvere a sconto, vendono il metallo raffinato al prezzo pieno, e quello sconto è il loro guadagno. Nel 2024 valeva ottanta dollari a tonnellata. Nel 2025, ventuno.
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