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Pensioni, ecco perché tutti vogliono mettere le mani sul TFR dei lavoratori italiani
Si continuano a spostare risorse dall’economia reale alle Borse, dal mondo delle imprese a quello della finanza.
L’ubriacatura mercatista continua, con un nuovo assalto alla Previdenza che stavolta prende di mira l’impiego del TFR, il Trattamento di Fine Rapporto o liquidazione, che è sostanzialmente pari ad una mensilità per ogni anno di lavoro: è una “anomalia” tutta italiana, si dice.
Sono risorse che vanno dirottate alla gestione dei Fondi pensionistici che stentano sempre di più ad arricchire la loro base di associati.
Fin qui, questa cosiddetta Terza gamba del sistema previdenziale, che si è aggiunta al sistema pensionistico pubblico obbligatorio ed alle assicurazioni private sulla vita che consentono un riscatto del capitale ovvero una rendita su quanto accumulato, è stato un buco nell’acqua.
Era nato come una sorta di scimmiottamento del sistema americano, in cui le grandi centrali sindacali gestiscono i versamenti dei lavoratori e si siedono al tavolo delle trattative con l’azienda forti del loro potere di investimento. I nostri sindacalisti si erano illusi di fare altrettanto: invece di incassare solo le misere trattenute mensili versate dai lavoratori per l’iscrizione al sindacato, avrebbero tenuto banco come veri e propri finanzieri, in grado di discutere da pari a pari col padronato le strategie industriali.
La scusa della riforma del TFR è ben trovata: bisogna “arricchire” la pensione dei giovani, per i quali le prospettive di arrivare alla pensione di vecchiaia si allontanano sempre di più nel tempo e l’importo che incasserebbero si fa sempre più misero in quanto cominciano a lavorare sempre più tardi e con stipendi sempre più bassi. Sono penalizzati soprattutto dal sistema di calcolo su base contributiva, in base al quale si considerano gli importi effettivamente versati, e non più quello su base retributiva che considera gli ultimi anni di stipendio.
È stato correttamente rilevato che il problema delle future pensioni così magre dipende dagli attuali bassi salari.
La verità è che, da circa cinquant’anni, a partire dal referendum sull’abolizione della scala mobile, tutta la politica economica è stata incentrata sulla riduzione del costo lavoro e sulla flessibilità in entrata con innumerevoli forme di precariato e di lavoro a tempo parziale, creando una serie di soggetti intermediari che lucrano su questa carneficina sociale che ha portato alla depopolazione: manca forza lavoro interna. È un altro problema strutturale, quest’ultimo, che viene affrontato auspicando una maggiore immigrazione di manodopera a basso costo, che rappresenta a sua volta un’ulteriore remora alle richieste di aumenti salariali.
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