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Piccole imprese, grandi limiti. I dati che spiegano perché l’Italia non cresce più
Un tessuto produttivo frammentato, anche se virtuoso, limita investimenti e innovazione. La conseguenza: produttività ferma e salari medi inferiori.
L’Italia è il paese della piccola imprenditoria. Lo sanno politici, analisti e addetti ai lavori, che spesso sottolineano come tutta l’architettura dell’economia nazionale si basa (quasi totalmente) su realtà di dimensioni contenute. Se è vero che questa caratterizzazione rappresenta un tratto distintivo spesso virtuoso, vale comunque la pena indagare su quali siano i limiti impliciti di un assetto così particolare.
In Italia circa il 95% delle attività produttive è classificato come microimpresa, cioè ha meno di dieci addetti e il 99% è una piccola impresa, ossia ne ha meno di 50. Appena lo 0,1% del totale è una grande impresa con almeno 250 lavoratori: le grosse aziende sono pochissime, eppure rappresentano circa il 25% dell’occupazione del settore privato e oltre un terzo del fatturato. Dato che buona parte della produttività è legata a poche grandi realtà è lecito domandarsi se la loro mancanza possa diventare un freno allo sviluppo, soprattutto osservando il contesto delle altre principali economie europee.
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