Missione compiuta. Chiunque abbia organizzato l’attentato rudimentale di Istanbul, infatti, aveva in mente soltanto una finalità: garantirsi che Recep Erdogan salisse sull’aereo che lo portava al G-20 di Bali con bene in mente i fantasmi del golpe dell’agosto 2016. La dinamica dell’accaduto, infatti, esclude una grande organizzazione. E l’arresto-lampo della terrorista curdo-siriana si configura immediatamente come un sorta di teorema Valpreda del Bosforo, un agire in base alla logica cotto e mangiato del capro espiatorio.
Chiunque conosca la storia dell’Irlanda del Nord, ad esempio, sa che quando l’Ira necessitava di una risposta rapida all’esercito britannico e i tempi non consentivano di organizzare un’autobomba, l’opzione preferita era appunto colpire obiettivi civili frequentati da militari e poliziotti come i bar e i pub, abbandonando al loro interno una borsa carica di esplosivo e mimetizzandosi nel caos delle ordinazioni. Il restare impalata in favore di telecamera della presunta terrorista subito prima e dopo lo scoppio, poi, tradisce un’impreparazione assoluta. [...]
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