I dati indicano che la massa monetaria messa in circolazione non riesce minimamente a incidere sull’andamento dei prezzi. Addirittura, come è accaduto nei primi anni dello scorso decennio, può persino capitare che le due grandezze si muovano in direzioni opposte.
Quanto alla capacità del tasso d’interesse di arrivare a influenzare l’inflazione, le evidenze sono a dir poco contrastanti. Gli economisti usano dire che il canale di trasmissione che va dall’uno all’altra è accidentato, tortuoso, irto di ostacoli. E contraddittorio. Basti notare che per molte aziende il tasso d’interesse è un vero e proprio costo, e quindi un suo aumento può addirittura tradursi non in una riduzione ma in un incremento dei prezzi. Certo, c’è pure chi ritiene che l’aumento del tasso d’interesse reprime gli acquisti di beni d’investimento e per questa via dovrebbe aiutare a ridurre la domanda di merci e l’inflazione. Ma i dati indicano che un tale effetto restrittivo avviene solo con aumenti spaventosi del costo del denaro. L’ex capo economista del Fondo Monetario Internazionale, Olivier Blanchard, ha ammesso che per ottenere un’evidenza statistica del legame inverso tra queste due grandezze bisogna sfoggiare una certa dose di “ingegno econometrico”. Un modo elegante per dire che bisogna un po’ “torturare” i dati. [...]
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