Non è solo una bolla dell’intelligenza artificiale: sempre più analisti sostengono che i mercati statunitensi siano immersi in una vera e propria “everything bubble”, una fase in cui non soltanto i titoli tecnologici ma anche le obbligazioni societarie, l’oro e molti altri asset presentano valutazioni elevate. L’idea che tutto sia caro è diventata quasi un luogo comune, ma storicamente non è mai del tutto vera. Anche nei mercati più euforici esistono sempre segmenti trascurati, evitati dagli investitori e quindi potenzialmente interessanti per chi cerca opportunità controcorrente.
Un primo candidato evidente è rappresentato dalle small cap, che negli ultimi cinque anni hanno avuto una performance nettamente inferiore rispetto alle grandi capitalizzazioni. L’indice Russell 2000 è cresciuto molto meno dell’S&P 500, un risultato sorprendente se si considera che, in teoria, le aziende più piccole dovrebbero offrire rendimenti più elevati per compensare una maggiore volatilità. Le spiegazioni più diffuse chiamano in causa i vantaggi competitivi crescenti delle grandi aziende nell’economia digitale e il ruolo del private equity, che avrebbe acquisito molte delle migliori realtà di dimensioni ridotte prima che potessero emergere sui mercati pubblici. Tuttavia, invece di concentrarsi solo sulle small cap, è utile osservare anche all’interno delle large cap quali settori risultano oggi meno apprezzati. [...]
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