Una delle metafore più efficaci per descrivere gli effetti involontari dell’attitudine europea di atteggiarsi quale regolatrice globale, e unilaterale, di determinati settori è senza dubbio alcuno quella dell’apprendista stregone e della materia che si anima e che sfugge al suo controllo.
E così Anu Bradford, quando nel 2012 ha coniato il termine ‘Brussels Effect’, poi più organicamente trasfuso nell’omonimo libro del 2020, difficilmente avrebbe immaginato di aver offerto alle avide mani di burocrati e politici europei un gingillo con cui pavoneggiarsi e con cui giocare a ‘impero delle norme’. Il culmine di questo percorso è senza dubbio stato il GDPR, nel 2016, considerabile come il momento più alto, l’autentico picco, di questa prospettiva di rivaleggiare con i giganti mondiali partendo da una posizione puramente cartolare e regolatoria. Naturalmente, nessuno, alle latitudini di Bruxelles, si era davvero posto il tema dell’ossequio a quella normativa da parte di soggetti non formalmente tenuti al rispetto: voglio dire, nessuno si era interrogato seriamente e organicamente sull’enforcement e sulle sue ragioni, sulla base sostanziale che porta un dato soggetto a decidere di sottomettersi a una norma che, spazialmente, territorialmente, ordinamentalmente, deve tenere in debita considerazione solo se decida di penetrare nello spazio vitale mercatorio europeo. [...]
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