C’è un momento preciso, nei mercati, in cui la parola “massimo storico” cambia sapore. Fino al giorno prima è una medaglia: forza relativa, fiducia, flusso di acquisti. Dal giorno dopo diventa un interrogativo: quanto di quel rialzo è ancora “sostenibile” e quanto, invece, è già stato messo a bilancio dal mercato.
Quando più titoli arrivano contemporaneamente su nuovi record, la tentazione è doppia. Da un lato cresce l’euforia: “segnale che l’economia gira, che il rischio è premiato”. Dall’altro emerge la paura opposta: “ora non resta più niente”. In mezzo ci sono i numeri, e soprattutto un elemento che spesso viene frainteso: non è il prezzo assoluto a dire se un titolo è “al capolinea”, ma la distanza tra le aspettative implicite nel prezzo e quelle espresse, con prudenza o convinzione, dagli analisti. [...]
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