La guerra con l’Iran e la conseguente crisi dell’offerta petrolifera globale stanno ridefinendo il quadro macroeconomico internazionale, con una combinazione ormai evidente di inflazione più elevata e crescita più debole. In questo contesto, la Cina rappresenta un caso anomalo. Pur essendo il maggiore importatore mondiale di petrolio, non mostra segnali di particolare urgenza o tensione nella gestione dello shock. Questa apparente calma non deriva da una minore esposizione, ma da una combinazione di fattori strutturali e scelte politiche che attenuano l’impatto immediato.
Il primo elemento è di natura fisica e riguarda il livello delle scorte. Le stime più diffuse indicano riserve petrolifere comprese tra 1,3 e 1,4 miliardi di barili, ma analisi indirette suggeriscono che la consistenza reale possa essere significativamente più elevata, fino a circa 1,9 miliardi. Una parte rilevante di queste scorte non è visibile attraverso i tradizionali metodi di osservazione satellitare, poiché sarebbe immagazzinata in depositi sotterranei, probabilmente in caverne saline. Questo livello di riserve implica una copertura prossima a un anno di importazioni dal Golfo Persico, un margine che consente a Pechino di assorbire almeno nel breve periodo l’interruzione dei flussi attraverso lo Stretto di Hormuz senza dover ricorrere a misure drastiche. A differenza di altre economie asiatiche, più esposte a tensioni immediate, la Cina dispone quindi di un buffer strategico che riduce la pressione sulle decisioni di politica economica. [...]
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