Quando Stati Uniti e Israele hanno avviato le operazioni contro l’Iran, l’ipotesi implicita – coltivata a colpi di dottrina militare, superiorità tecnologica e recenti precedenti – era quella di una guerra rapida, risolutiva, modellata sulle esperienze contro Hezbollah o Hamas. A distanza di settimane, il quadro che emerge dalle analisi di think tank, media internazionali e osservatori militari è radicalmente diverso: non solo il conflitto non si è chiuso, ma ha assunto i contorni di una guerra lunga, logorante e ad alto rischio sistemico. In altre parole, la coalizione israelo-statunitense si è cacciata in un cul-de-sac geopolitico che né la superiorità aerea né la potenza di fuoco sembrano in grado di risolvere.
Secondo analisti e think tank come il Center for Strategic and International Studies, la resilienza dell’apparato militare iraniano è stata ampiamente sottovalutata fin dalle fasi preliminari del conflitto. Washington ha impostato la strategia su un modello già visto in passato: attacchi mirati, supremazia aerea, decapitazione dei comandi e l’aspettativa di un collasso rapido dell’avversario. Ma l’Iran non è né Gaza né il Libano. La struttura dello Stato iraniano, la sua profondità territoriale e la dottrina militare costruita in decenni di isolamento e minacce rendono inefficace l’approccio utilizzato contro organizzazioni non statali. [...]
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