Il dibattito sulla politica energetica tedesca si è riacceso dopo l’intervento della ministra dell’economia Katherina Reiche sulla Frankfurter Allgemeine Zeitung del 7 aprile scorso, in cui ha messo in discussione l’impostazione seguita negli ultimi anni. Il punto di partenza è la crisi energetica innescata dalle tensioni nel Golfo e dalla chiusura dello Stretto di Hormuz, che ha riportato al centro il tema dei costi e della sicurezza degli approvvigionamenti. Secondo Reiche, la Germania sta pagando il prezzo di una politica costruita su obiettivi ambiziosi ma poco ancorati alla realtà del sistema.
I numeri che cita sono netti. A fronte di una domanda energetica di energia primaria di circa 2.900 terawattora, le fonti rinnovabili coprono meno di un quinto dei consumi totali. Anche dove il loro peso è maggiore, cioè nella produzione elettrica, resta il problema dei costi complessivi del sistema. Tra sussidi, gestione della rete, riserve e compensazioni, il conto supera i 36 miliardi di euro l’anno. Una parte non trascurabile di queste risorse viene impiegata per gestire inefficienze strutturali, come la necessità di ridurre la produzione rinnovabile quando la rete non è in grado di assorbirla. [...]
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