Il punto più delicato è che questa nuova fase non colpisce tutti allo stesso modo. Gli Stati Uniti arrivano a questo passaggio con una struttura energetica relativamente più solida, mercati finanziari profondi e un settore tecnologico che continua a sostenere le valutazioni. L’Europa, invece, si trova molto più esposta: crescita debole, industria già sotto pressione e una Banca Centrale Europea (BCE) costretta a muoversi in equilibrio tra inflazione importata e rallentamento economico. Ed è proprio qui che il confronto diventa decisivo. 
Il cambio di tono più netto è arrivato da Moody’s Analytics. A fine marzo, Mark Zandi ha portato la probabilità di recessione negli Stati Uniti nei successivi dodici mesi al 48,6%, definendo il rischio “scomodamente alto”. È una soglia molto elevata, soprattutto perché non nasce da una semplice lettura dei tassi, ma da un quadro in cui energia, fiducia e mercato del lavoro possono alimentarsi a vicenda. In questa impostazione, il pericolo non è solo che la crescita rallenti, ma che si inneschi una dinamica più difficile da invertire.  [...]
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