L’OCSE ha pubblicato le sue previsioni e, come spesso accade quando qualcuno prova a mettere i numeri davanti alle illusioni, il risultato è meno consolatorio di qualsiasi talk show serale: nel 2026 l’Italia cresce dello 0,4% mentre nel 2027 si ipotizza una crescita dello 0,6%, ultima tra le grandi economie del G20, non in difficoltà momentanea ma inchiodata stabilmente in fondo alla classifica mentre Paesi con problemi ben più evidenti, dalle crisi valutarie alle sanzioni internazionali, riescono comunque a fare meglio, il che dovrebbe almeno insinuare il sospetto che il problema non sia la contingenza ma il modo in cui questo Paese funziona da decenni, o forse sarebbe più corretto dire il modo in cui non funziona.
Il punto non è che l’India cresce al 6% o che l’Indonesia e la Cina viaggiano sopra il 4%, perché qualcuno potrebbe sempre rifugiarsi nella solita consolazione geografica o demografica; il punto è che anche economie attraversate da crisi profonde, come l’Argentina (2,8%), o immerse in contesti geopolitici complicati, come la Russia (0,6%), riescono comunque a esprimere dinamiche di crescita superiori, il che rende difficile continuare a raccontarsi che il problema sia esterno, globale, inevitabile, quando i numeri suggeriscono esattamente il contrario, cioè che la nostra è una stagnazione autoindotta, costruita nel tempo attraverso una sequenza infinita di riforme annunciate, iniziate e poi lasciate a metà, come se la politica economica fosse un esercizio di comunicazione e non di trasformazione. [...]
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