Più osserviamo gli uomini, più siamo in grado di rintracciare in loro i resti di un’avidità primitiva.
Un istinto, questo, che, nonostante l’influenza della cultura, della educazione e dello scorrere dei tempi, resta in noi dormiente per poi manifestarsi nel momento in cui i nostri comportamenti devono misurarsi in rapporto ai soldi, alle proprietà, al successo. È soprattutto la brama a spingerci oltre, fuori dal seminato, al camminare in punta di piedi sul filo dell’immoralità. Questa nostra fame atavica ci spinge a commettere illeciti, a cadere in tranelli, a essere puzzle di disegni truffaldini. A questa fame bisognerebbe dare un freno attraverso la punizione. Non quella post-mortem immaginata da Dante nella Divina Commedia, ma metaforicamente attraverso una pena terrena. [...]
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