La Federal Reserve, nella riunione del 17 giugno, ha lasciato invariati i tassi d’interesse, confermando un approccio prudente in attesa di ulteriori indicazioni sull’andamento dell’inflazione e della crescita economica. In Europa, invece, la Banca Centrale Europea ha recentemente aumentato il tasso sui depositi di 25 punti base, portandolo al 2,25%. Le decisioni delle due principali banche centrali del mondo riportano al centro dell’attenzione una domanda che accompagna ogni ciclo monetario: un rialzo dei tassi è davvero una cattiva notizia per i mercati azionari?
La risposta, almeno osservando quanto accaduto in passato, è meno scontata di quanto si possa pensare. Molti investitori tendono ad associare automaticamente un aumento del costo del denaro a un futuro rallentamento delle Borse. Ma, analizzando i principali cicli monetari statunitensi del dopoguerra emerge una realtà diversa. Secondo uno studio di Deutsche Bank sui cicli di rialzo avviati dal 1955, l’S&P 500 ha registrato un rendimento medio positivo nei dodici mesi successivi al primo rialzo dei tassi. E il motivo è piuttosto intuitivo. Le banche centrali iniziano generalmente ad alzare i tassi quando l’economia è ancora in espansione, il mercato del lavoro mostra segnali di forza e le imprese continuano a produrre utili soddisfacenti. In queste condizioni il primo rialzo dei tassi rappresenta spesso una conseguenza della crescita economica e non necessariamente l’anticamera di una recessione. Anche in Europa, almeno nelle prime fasi dei cicli restrittivi, l’evidenza storica non mostra una correlazione automatica tra rialzo dei tassi e avvio di mercati ribassisti. [...]
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