Con il Golfo Persico che si trasforma in un teatro di tensione diplomatica senza precedenti, dove Washington e Teheran si accusano reciprocamente di violare accordi già fragili e lo Stretto di Hormuz rimane di fatto bloccato da quasi sei mesi, vale davvero la pena chiedersi per quanto tempo ancora il prezzo dell’energia globale potrà restare ostaggio di questa partita a scacchi? E con esso, cosa aspettarsi davvero dal BTP? La risposta potrebbe non accontentare tutti.
Per comprendere il meccanismo che collega la crisi USA-Iran al costo dell’energia in Italia, occorre partire da una realtà geografica con implicazioni finanziarie dirette. Lo Stretto di Hormuz rappresenta il principale chokepoint energetico globale: attraverso quella rotta transiterebbero circa il 20% degli approvvigionamenti mondiali di petrolio e una quota analoga di GNL, il gas naturale liquefatto. Quando quel corridoio si contrae o si interrompe, i mercati non reagiscono sulle scorte disponibili nell’immediato, ma incorporano nel prezzo il rischio prospettico di settimane o mesi di fornitura compressa. È precisamente questo il fenomeno in corso. [...]
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