Lo yen giapponese ha raggiunto i livelli più alti degli ultimi sette mesi rispetto al dollaro, scendendo oltre 154 yen per ogni dollaro, e questo potrebbe essere il segnale di un cambiamento strutturale che segnerebbe la fine di un’epoca. Il motivo? Occorre guardare i segnali macro. La Banca del Giappone sembrerebbe orientarsi verso un ciclo di inasprimento monetario più accelerato di quanto i mercati si aspettassero fino a pochi mesi fa, e questa prospettiva sta riportando i capitali verso Tokyo.
Per capire perché questo riguardi anche gli investitori italiani, dobbiamo comprendere un meccanismo tecnico preciso: il carry trade. Si tratta di una strategia che consiste nel prendere denaro in prestito in una valuta con tassi d’interesse molto bassi, come appunto lo yen, per poi impiegare quella liquidità in asset di paesi che offrono rendimenti più elevati. Per anni, con i tassi giapponesi prossimi allo zero o addirittura negativi, enormi volumi di capitali hanno percorso questa rotta in modo quasi silenzioso: yen presi a prestito a costo quasi nullo, poi convertiti e investiti in obbligazioni europee, titoli azionari o asset di mercati emergenti. Si stima che il volume complessivo di finanziamenti globali denominati in yen abbia raggiunto proporzioni sistemiche nell’arco dell’ultimo decennio, contribuendo a comprimere i rendimenti in tutto il mondo e ad alimentare valutazioni elevate su asset anche lontani dal Giappone. [...]
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