Il 18 marzo un missile iraniano centra l’impianto di liquefazione di Ras Laffan, in Qatar, che da solo rappresenta un quinto dell’export mondiale di gas naturale liquefatto. QatarEnergy dichiara forza maggiore, stima la perdita in 20 miliardi di dollari l’anno e mette in conto mesi, non giorni, prima di tornare a pieno regime. Il 22 giugno, durante il tentativo di riavviare uno dei treni di liquefazione danneggiati, un’esplosione uccide 13 persone e ne ferisce 54. L’impianto resta fermo di nuovo.
Le metaniere dirette in Europa da quel terminale non partono più agli stessi ritmi, e comunque c’è sempre l’imbuto di Hormuz. L’11 settembre il gas quotato ad Amsterdam, il TTF, vale 27 dollari al milione di BTU. Una settimana prima, il 4 settembre, ne valeva 24,5. Nello stesso giorno, a Henry Hub, in Louisiana, il gas americano vale 2,8 dollari: la produzione interna cresce, i depositi restano pieni, il prezzo non si muove. La differenza fra i due numeri passa da 21,5 a 24,2 dollari in sette giorni: chi ha un impianto per trasformare quel gas in liquido e caricarlo su una nave incassa quella differenza. [...]
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